Storie : Delle "morti sporche" e dei salari infami. Della vita e della felicità

Triste e lacrimoso Natale per un milione di famiglie. Vergognoso Natale per uno stato che vuole sentirsi all’altezza degli altri partner europei e detiene invece il solitario primato del “Guinness” dell’insicurezza sul lavoro in tutto l’occidente più industrializzato.
Fonte: Articolo21.info

11/12/2007



Mancano due settimane a Natale, 14 giorni ancora e, statisticamente, di sicuro altri 14 morti sul lavoro, per far “scrollare” il lugubre pallottoliere delle morti sul lavoro a quota mille e a 1 milione gli incidenti.
Triste e lacrimoso Natale per 1 milione di famiglie. Vergognoso Natale per uno Stato che vuole sentirsi all’altezza degli altri partner europei e detiene, invece, il solitario primato del “Guinness” dell’insicurezza sul lavoro in tutto l’occidente più industrializzato.
Morire per lavorare, morire per sopravvivere al carovita, ai prezzi impazziti, alla difesa degli standard di vita, sociali, scolastici, consumistici, per pagare rate di apparecchi elettronici e dell’auto, insieme al mutuo per la casa. Morti per “strozzinaggio da lavoro”.
Dal 1993, dal mitico accordo sulla concertazione e la moderazione salariale, i profitti delle imprese sono aumentati a dismisura e oggi superano il 10% del PIL annuo, mentre i salari hanno eroso il loro potere di acquisto: in Italia si lavora in media molto di più che in Francia, Germania e Gran Bretagna, ma si guadagna dal 30 al 50% di meno. E la sicurezza sui posti di lavoro in Italia peggiora. E’ un profitto aggiuntivo per le imprese private, che risparmiano sugli impianti di sicurezza, sui salari, sui turni di lavoro (facendo ricorso agli straordinari e al ricatto della cassa integrazione) e fanno ricadere questo “salario differito”, questa “paga della morte”, sulle strutture pubbliche, a partire dall’INAIL, alla sanità, al sistema pensionistico e assistenziale (oltre 30 mila invalidi sul lavoro ogni anno, sono una spesa sociale non indifferente ).
Nel periodo di governo della destra, del regime berlusconiano, grazie all’uso strumentale dell’accordo sulla concertazione, i contratti sono stati depotenziati, i rinnovi sono stati dilazionati nel tempo, fino ad intervalli di 18/24 mesi; tutto il sistema di controllo e ispezione sulla sicurezza dei posti di lavoro è stato allentato, tagliati gli strumenti e i finanziamenti ( in molti ispettorati non si potevano usare i fax, per il taglio delle linee telefoniche). Durante il governo Berlusconi, la parola d’ordine era: accumulare profitti, trasformarli in rendite finanziarie e abbassare il livello di vita delle classi meno agiate, fino ai ceti medi produttivi.
Nei 18 mesi di governo del centrosinistra non molto è cambiato, per l’impegno sovrumano di ridurre il deficit e il debito dello stato, ereditato dalla destra, portato a livelli oltre i quali l’Unione europea ci avrebbe comminato pesanti sanzioni. Ma l’aria attorno al mondo del lavoro, alla “morti bianche”, ai livelli salariali, alle tasse, all’inflazione reale e non quella finta, ufficiale, formalmente ridotta dagli indici ISTAT, non è cambiata per niente. Certo, c’è un ministro del Lavoro onesto e capace, come l’ex-sindacalista FIOM Damiano, che ha messo a segno vari punti a favore di una “cultura del lavoro” con l’accordo sul welfare, la nuova legislazione sulla sicurezza nei posti di lavoro. Ma siamo agli inizi, mentre la gente continua a morire e le famiglie superstiti a dannarsi l’anima per sopravvivere.
Nel frattempo, scopriamo che l’emergenza salari non è più rinviabile, che la vergogna dei rinnovi contrattuali bloccati per anni ci mette all’ultimo gradino delle nazioni europee (come per il livello di libertà e pluralismo nell’informazione) e che la tassazione media è ben più alta che nei paesi del nord Europa, dove lo stato sociale copre quasi tutto: dall’assistenza all’educazione gratuite, al salario minimo garantito, al sussidio di disoccupazione pari all’ultimo salario ricevuto, al ricollocamento repentino, ai trasporti pubblici efficienti, alla calmierazione dei prezzi e delle tariffe per fasce sociali.

E l’Italia dove si colloca allora, dove sta andando, guidata dalla sua “classe dirigente”? Stando alle notizie di tutti i media, scritti e televisivi, i nostri imprenditori godono di ottima salute, sono al terzo o quarto matrimonio, passano da una vacanza all’altra, come da un convegno all’altro, sbarcano da jet e yacht privati incessantemente, come i loro operai vanno e vengono, ma sballottati, dai treni sovraffollati e puzzolenti per pendolari. Si cimentano in “risiko bancari”, in prove tecniche di nuove alleanze politiche, in sermoni moralistici e “antipolitici”, mentre i loro profitti anziché essere reinvestiti in nuova tecnologia, ricerca di prodotti e materiali, sviluppo e occupazione, vengono incamerati nella cosiddetta “finanza creativa”, altamente speculativa, nello scambio di pacchetti azionari con banche, assicurazioni (due settori che non conoscono mai recessioni), nella compravendita di azioni di controllo di gruppi editoriali italiani ed europei. Per poi scoprire, un anno e mezzo dopo, che i primi segnali d’allarme erano stati lanciati da alcuni studiosi accorti e indipendenti, che l’economia italiana, oltre alla tedesca e francese, sta scendendo nel girone infernale della “stagflazione”, ovvero nella miscela esplosiva, e difficilmente risolvibile con ricette monetariste, che coniuga alta inflazione, oltre il 3%, con recessione di consumi e di esportazioni, a fronte di un surplus di produzione a basso costo del lavoro.
E’ in questo desolante panorama economico e sociale che vanno collocate il milione di incidenti sui luoghi di lavoro, le quasi mille morti (e finiamola di chiamarle “bianche”, come le morti per “lupara bianca” ), le decine e decine di migliaia di invalidi a vita. Le “morti sporche” sul lavoro sono lì davanti ai nostri occhi che ci parlano di un paese reale totalmente diverso dal paese mediatico, da quello melenso, falso e arrivistico, arrembante, “frizzi, lazzi e ricchi cotillons”, che in quasi vent’anni di regime berlusconiano televisivo ha come reso piatto l’encefalogramma di milioni e milioni di “spettatori-elettori”.
Siamo ormai nel pieno di una ristrutturazione del sistema produttivo capitalistico nostrano che ha posto al centro dei propri obiettivi non lo sviluppo dei processi e l’innovazione del lavoro, ma l’arricchimento di rapina, l’abbattimento delle protezioni sociali nel mondo del lavoro, la riduzione degli spazi sindacali, l’impoverimento progressivo di tutte le classi lavoratrici, fino ai livelli, un tempo impensabili, dei quadri e dei funzionari.
A parole, i sindacati confederali,CGIL-CISL e UIL, ora concordano all’unisono sul richiamo al governo di cambiare l’accordo sulla concertazione, ormai superato nei fatti anche dalla feroce concorrenza dovuta alla globalizzazione dei mercati, di elevare i livelli salari alla media europea e di detassarne gli aumenti. Con loro, sempre a parole, si dicono d’accordo anche i “gaudenti” imprenditori della Confindustria. Ma dove erano questi due soggetti fondamentali degli accordi a tre (lasciamo stare i governi di Berlusconi e, almeno in parte, quello di Prodi), finora? A discutere se si doveva innalzare di un anno o due l’età media pensionistica, per risparmiare qualche miliardo di euro della spesa pubblica?
Quante parole sparse al vento, mentre ogni anno la strage delle “morti sporche”, come le “mani sporche” di Sartre, macchiavano le coscienze di tutti noi, incessantemente, senza tregua, senza vedere mai la fine di questo tragico “filo rosso”, di un sacrificio inumano sull’altare dei profitti di un capitalismo neo-liberista senza regole. Una vergogna internazionale
E’ ora di rivendicare il nostro “diritto alla felicità”. E non perché siamo alla vigilia delle Feste natalizie, ma perché esiste una visione più umana, più solidale, più razionale, più riformista, di “sinistra” (?) di modificare la società, il mondo del lavoro, i rapporti economici e sociali. Siamo alla vigilia dell’irrompere sullo scenario del sistema di vita capitalistico moderno di un miliardo di nuovi soggetti, dall’India e dalla Cina, che già oggi vivono nella speranza mediatica di una “felicità consumistica”, fatta di sopraffazioni e di scarse tutele giuridico-sindacali. A questi “nuovi cittadini” del mondo globalizzato, l’occidente e soprattutto l’Europa deve fornire un bagaglio culturale, ideale, politico e giuridico che pone al centro del sistema economico-sociale l’uomo e lo sviluppo dei suoi valori fondamentali.
L’Italia,da parte sua, sembra invece sprofondata tra le nazioni del sud-est asiatico, riportata indietro nel tempo, prima delle grandi riforme sociali del centro-sinistra fine anni sessanta.
Ancora una volta, tocca al mondo della comunicazione (che non a caso vive sotto il ricatto indecente e illiberale di oltre tre anni senza il rinnovo del contratto di lavoro ) accendere i riflettori su questi temi, riportare la realtà del paese in prima pagina sui giornali e ai primi posti nelle “scalette” dei telegiornali. Tocca a noi riportare il senso di fiducia nell’uomo, far scoprire che la felicità non è qualcosa che si conquista solo con le emozioni e gli affetti: la felicità, come hanno scritto i padri fondatori della costituzione americana alla fine del settecento, “è un diritto inalienabile per tutti i cittadini” di uno stato libero.

Articolo di: Gianni Rossi

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