Le qualità umane. Una locuzione che può suonare retorica, soprattutto dopo aver letto un piccolo libro di poesia dei primi del novecento, in cui l'amore e la dedizione di un tenero asinello verso il poeta, raccontati con sublime lirismo e intensa grazia, fanno riflettere sui sentimenti profondi, troppo spesso negati ai non umani e considerati esclusiva espressione della nostra specie
Fonte: Consapevolmente.org
25/02/2008
Juan Ramon Jiménez è stato un poeta spagnolo, nato a Palos de Moguer, in Andalusia, nel 1881. Tra i massimi esponenti della poesia pura, corrente letteraria sviluppatasi tra le due guerre, Jiménez fa parte di quelle sensibilità che credevano in un'arte poetica non strumentalizzata dalle circostanze politiche e storiche. Premio Nobel per la letteratura nel 1956, scrisse "Platero y yo" nel 1914, realizzando quella che verrà ricordata come l'opera sua più universalmente ammirata e tradotta.
Il libro è una dedica soave a una persona animale, un tenero asinello di nome Platero, i cui gesti pieni di dolcezza e dignità suscitano in chi legge sentimenti di tenerezza ma anche di profondo rispetto. I modi delicati e la sua purezza d’animo poco c’entrano, infatti, con i desolanti luoghi comuni che troppo spesso dipingono l’asino come un animale simbolo della mediocrità e della scarsa intelligenza.
"Se tu venissi, Platero, alla scoletta, impareresti l’abbiccì, e faresti le aste. […] Donna Domitilla […] ti terrebbe, a essere indulgenti, un paio d’ore in ginocchio nel cantone del cortile dei platani, o ti picchierebbe sulle zampe con la sua lunga canna secca, o si mangerebbe la cotognata della tua merenda, o ti metterebbe un foglio di carta acceso sotto la coda, e ti farebbe venire le orecchie rosse e calde come gli vengono al figliolo del fattore quando sta per piovere… No. Platero, no. Vientene con me. Io t’insegnerò a conoscere i fiori e le stelle. E nessuno riderà di te come d’un bambino testone, né ti metteranno, come se tu fossi un di quelli che loro chiamano somari, il berrettone fin sugli occhi grandi orlati di indaco e di cinabro come quelli delle barche del fiume, con un par d’orecchie lunghe il doppio delle tue".
Il confronto tra l'ottusa simbologia tradizionale e la grazia con cui Jiménez descrive l’animale inducono il lettore a provare un vago senso di imbarazzo: Platero fa stringere il cuore, la negazione della dignità ai non umani fa soffrire, appaiono goffe e ridicole le umane credenze secondo cui l’amore e la dedizione verso il prossimo siano tratti esclusivi della nostra specie, arrivando perfino a considerarle “qualità umane”.
"Tu, se muori prima di me, non andrai, Platero mio, sul carretto del banditore, all'immensa laguna, né al burrone della strada dei monti, come gli altri poveri asinelli, come i cavalli e i cani che non hanno chi vuol loro bene. Vivi tranquillo, Platero. Ti seppellirò io ai piedi del pino grande e fronzuto dell'orto della Pigna, che tanto ti piace. Resterai accanto alla vita lieta e serena. I bambini giocheranno e le bimbette cuciranno sedute accanto a te sulle loro seggioline basse. Conoscerai i versi che la solitudine mi suggerirà. Udrai cantare le ragazze quando lavano i panni nell'aranceto, e il rumore della noria sarà gioia e frescura per la tua pace eterna. E per tutto l'anno i fringuelli, i lucherini, i verdoni faranno per te, nella perenne felicità dell'ampia chioma, un minuscolo tetto di musica tra il tuo sonno tranquillo e l'infinito cielo di sempiterno azzurro di Moguer".
La consapevolezza di quanta piccolezza di spirito ci sia dietro all’antropocentrismo umano cresce man mano che si sfogliano le pagine di quest’opera, ma Platero dimostra una dignità senza orgoglio. Solo se il lettore presta la dovuta attenzione può cogliere infatti il triste divario che esiste tra la grazia di questo animale e lo stereotipo negativo che condanna l’asino a simbolo della scarsezza, perché Platero induce alla riflessione senza ostentazione, senza rinfacciare nulla.
"Platero è piccolino, peloso, soffice; morbido di fuori tanto che si direbbe fatto tutto di bambagia, senza ossi dentro. Soltanto gli specchi di giaietto degli occhi son duri come due scarabei di cristallo nero.Lo lascio sciolto, e se ne va sul prato, e accarezza tepidamente con il suo musetto, sfiorandoli appena, i fiori rosa, celesti e gialli… Lo chiamo dolcemente: “Platero?”, e viene da me con un trotterello allegro che par che rida, in non so che tintinnìo ideale… Mangia quando gliene do. Gli piacciono i mandarini, l’uva moscatella, tutta d’ambra, i fichi violetti, con la loro gocciolina di miele cristallina… E’ tenero, pieno di vezzi come un bimbo, come una bimba… Ma di dentro è forte e adusto come se fosse fatto di pietra".
I testi sono ricchi di immagini sublimi calate in un’atmosfera di suggestività non comune: il rapporto intimo e viscerale tra il poeta e l’asinello vive in uno scenario mediterraneo fatto di fresche serate estive, quando le fragranze delle piante si acuiscono con l’imbrunire, i colori del cielo e una gradevole brezza paiono predisporre alla riflessione malinconica e tramonti dorati evocano sensazioni di dolce amarezza per la precarietà delle vicende a cui tutti, uomini e animali, siamo destinati.
La commozione è il sentimento che coinvolge costantemente il lettore fino alla fine, ma concludendo la lettura nasce un po' di amarezza nel constatare intimamente la lontananza tra il lirismo delle vicende raccontate e la prosaica condizione in cui riversano da sempre gli animali.
La splendida cartolina andalusa regalataci da "Platero y yo" non ci mostra neppure il vero volto della sanguinaria tradizione della corrida, ma il flebile grido dei tori lo sentiamo comunque dentro, insieme all'emozione per la singolare fortuna dell'asinello della nostra storia, con la terribile consapevolezza che le tendenze sociali alla contraddizione specista serpeggiano sempre, non addormentandosi ancora.
Articolo di: Antonella Corabi
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