Ho riflettuto su quanta violenza c'è nel mondo, in queste piccole, piccole cose, una violenza minimale nata dall'ignoranza, dalla paura, dalla frustrazione, una violenza che la nostra cultura ha insegnato a non vedere.
Fonte: Consapevolmente.org
20/07/2008
Vi voglio raccontare un episodio che mi ha rattristato qualche giorno fa al mare, e ha innescato una serie di riflessioni concentriche dalle quali la mia mente ancora non riesce a venire fuori.
Allora, dopo il bagno vado a farmi la doccia all'aperto, e riempio d'acqua la mia cuffia di gomma per sciacquarla: in genere riempio, chiudo l'imboccatura stringendola con la mano, e scuoto per sciacquare bene l'acqua di mare.
Un bambinetto lì davanti, avrà avuto 4-5 anni, guarda affascinato: "cos'é?" chiede. "posso toccare?" e io gli porgo la cuffia tenendola stretta, lui ha un gusto matto a "palpeggiare" l'acqua che la riempie.
"La tengo io con le mie mani!" esclama deciso, e quasi me la toglie di mano, cosa che comunque io accetto abbastanza di buon grado. E' così bello vederlo entusiasta del gioco...
Lui scherza a spruzzare fuori l'acqua a poco a poco, poi corre di nuovo a riempire la cuffia, e a questo punto si avvia verso gli amici con la nuova conquista.
Io lo seguo e comincio a chiedergli indietro la cuffia, non ho particolarmente fretta ma vorrei capisse che non glie l'ho regalata e che anche io dovrò pur andarmene per la mia strada...
Non faccio quasi in tempo a dire nulla che comincio a sentire le urla della madre che lo richiama: "DA' LA CUFFIA ALLA SIGNORA!!" e poi subito dopo piomba sulla scena come un fulmine intimandogli di restituirla subito e sgridandolo. Gliela strappa di mano e me la restituisce, e siccome il bambino fa resistenza gli molla un ceffone in faccia che gli prende bocca e occhio. Non un ceffone molto violento, ma insomma.
Io mortificata cerco di placare la madre: "ma guardi, non è un problema, stavamo solo giocando", ma lei inesorabile: "No, No, guardi, ho visto benissimo come glie l'ha tolta di mano, queste cose non mi piacciono per niente" "HAI CAPITO? NON MI PIACE PER NIENTE, DEVI IMPARARE CHE NON SI FA COSI'!!" e ancora, infierendo sul bambino che a questo punto è in lacrime, ferito dal trattamento materno, umiliato, e anche immagino rabbioso perché gli è stato tolto il suo "giocattolo": "CHIEDI SCUSA ALLA SIGNORA!" Ovviamente il bambino non chiede un bel niente e continua a piangere, e io invano cerco di dire che non mi importa minimamente delle scuse, la madre insiste: "No, deve imparare".
Io insomma a farla breve mi allontano in fretta, con la sensazione che la mia presenza non faccia che peggiorare le cose, e sentendomi paradossalmente io in colpa per aver indirettamente reso infelice questo bambino (lo so, lo so che le cose non stanno così, il bambino piangeva per la sgridata e non per la mia gentilezza, e poi non siamo responsabili dei sentimenti altrui, ecc ecc... però le abitudini mentali sono dure a morire...)
Questo episodio mi ha messo molta tristezza, perché ho continuato a chiedermi se c'erano parole che avrei potuto dire o fare per confortare il bambino, o rassicurare la madre, o dirimere la faccenda, senza tuttavia farem la parte della saccente, o aggravare la tensione, o sembrare giudicante verso la madre, o far sentire ancora più umiliato il bambino. Ma tutto è successo così in fretta! Non ho trovato risposte.
Mi sento anche molto isolata a ragionare di queste cose. Penso che per molti chi, come me, si sente oppresso da questo modo di NON-comunicare, viene considerato poi esagerato o peggio incapace di comprendere la "legittimità morale" di certi metodi educativi.
Sembra che lì gli unici a vedere correttamente la natura violenta di quell'episodio e a soffrirne fossimo io e il bambino stesso. Ma fra quanto tempo quel bambino avrà a sua volta assorbito talmente tali principi da trovarli normali, e restare indifferente al ceffone, o magari avrà imparato a fare la sua pantomima e chiedere scusa? questo verrà considerato un progresso? Avrà "imparato"? E cosa?
Penso che se solo quella mamma avesse aspettato un pochino ad intervenire, ci avesse dato tempo, io avrei trovato il mio modo per parlare al bambino e riappropriarmi senza violenze della mia cuffia, e lui avrebbe imparato ugualmente (o forse meglio) il concetto di rispettare i limiti degli altri, ma nello stesso tempo si sarebbe sentito validato nelle sue sensazioni e bisogni, e avrebbe imparato qualcosa di positivo rispetto al vivere sociale.
Non giudico affatto la mamma, solo sono intristita dal fatto che la nostra "civiltà" non ci ha insegnato nemmeno l'ABC più elementare del relazionarci con gli altri.
Ma tant'è. Immagino che lei fosse spaventata di fare una brutta figura, di trovarsi di fronte a una persona interiormente molto indignata del comportamento di suo figlio e probabilmente critica del modo in cui era "educato", ma magari per buona educazione restia a protestare apertamente... oppure la mamma si preoccupava davvero che il bambino avrebbe continuato sulla cattiva strada del prendere di prepotenza le cose degli altri, e che andava fermato, e quel modo (il ceffone) era l'unico modo che lei conosceva per farlo.
Ho riflettuto su quanta violenza c'è nel mondo, in queste piccole, piccole cose, una violenza minimale nata dall'ignoranza, dalla paura, dalla frustrazione, una violenza che la nostra cultura ha insegnato a non vedere, a considerare una stupidaggine o magari una scenetta che altri troveranno comica o magari li farà intenerire e sorridere (pazzesco, vero?).
Sembra quasi futile ed eccessivo dedicare un articolo a un episodio così irrilevante. Si tratta di una cosa così “piccola” in fondo, sicuramente ci sto ripensando più di quanto non stia facendo il bambino, scene così se ne vedono continuamente, certamente il mondo ha problemi molto più tragici ed enormi, ma io trovo davvero che le tragedie più grandi e le violenze più atroci avvengono a causa del pulviscolo tossico di infinitesimali piccole violenze quotidiane che alzano la nostra soglia di sensibilità, che ci rendono cinici, induriti, distratti, confusi e tutto ciò che ci rende poi incapaci di riconoscere anche le violenze più vaste, anzi, peggio, ci conduce alla connivenza, l'omertà, la complicità rispetto agli enormi problemi del mondo.
Ma tutto nasce dalle piccole cose. Anche la nonviolenza può nascere dalle piccole cose. Accucciarci di fronte a un bambino e guardarlo negli occhi mentre parla, per ascoltarlo meglio; allattarlo quando ce lo chiede; abbracciarlo e coccolarlo senza un motivo preciso; confidare nella sua capacità di sapere i suoi biosgni e di esprimerli; chiedere scusa NOI ADULTI quando violiamo l’integrità fisica ed emotiva di un bambino, che ci ama, con uno schiaffo o una parola di violenza; tutte queste piccole cose, questa nonviolenza minimale, getta in realtà le basi per esseri umani più sensibili, aperti, disponibili, fiduciosi: in una parola, persone che sapranno distinguere il bene dal male, che non si lasceranno facilmente manipolare da chi li vuole complici di giochi di potere, da chi li vuole passivi consumatori di beni o soldatini ben irreggimentati o, semplicemente, da chi vuole farne a loro volta genitori non empatici e non rispettosi dello slancio vitale che c’è in ogni bambino.
Articolo di Antonella Sagone
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