Diritti  : Allattamenti falliti: a chi giova il senso di colpa?

E' giusto nascondere alle donne i rischi dell'alimentazione artificiale per "non farle sentire in colpa" se poi l'allattamento fallisce? Una riflessione su miti, colpe e responsabilità nel mondo della (dis)informazione.
Fonte: Antonella Sagone[/i]
29/03/2010



Immaginiamo un mondo di fantascienza nel quale nessuno sappia più come prendersi cura dei propri denti. Si raccomandano gomme americane e frequenti risciacqui ma nessuno sa più come e perché spazzolare denti ogni giorno. Le carie sono diffuse e i medici consolano i pazienti con la bocca danneggiata dicendo che al giorno d'oggi le cure dentistiche sono estremamente efficienti e un dente ben incapsulato è buono quanto quello vero, e che purtroppo non tutti nascono con denti sani e resistenti.
In questo mondo ipotetico, la mamma che scopre costernata le carie nella bocca del suo bambino si sente probabilmente in colpa, perché le rimane il dubbio di aver sbagliato qualche cosa; ma i media e i sanitari sono pronti a dirle che non deve sentirsi una mamma di serie B e che quei fanatici dell'igiene orale la devono finire con il mito dello spazzolino, facendo così sentire in colpa le povere madri i cui bambini hanno lo smalto dei denti così fragile.
Sembra,appunto, fantascienza; eppure è proprio quello che avviene nei confronti dell'allattamento al seno.

Recentemente più volte sui media sono apparsi articoli volti in qualche modo a sminuire l'importanza dell'allattamento materno e ad attaccare in modo più o meno esplicito e più o meno astioso coloro che, fornendo informazioni e sostegno alle madri che allattano, promuovono la salute di mamme e bambini attraverso la difesa di questa pratica normale e fisiologica.
Anche sul fronte medico e scientifico ogni tanto, fra varie centinaia di studi validi, spunta fuori uno studio, tipicamente poco significativo dal punto di vista delle evidenze scientifiche, effettuato su piccoli numeri, dotato di debolezze metodologiche, a volte viziato da finanziamenti non privi di interesse, che cerca di smantellare decenni di ricerche consolidate che comprovano i rischi dell'alimentazione artificiale, sminuendone l'importanza o traendo conclusioni arbitrarie da dati poco attendibili. Di queste ricerche, i cui limiti spesso sono evidenziati dagli stessi autori, si impadroniscono i media dando loro un risalto poco giustificato, se non alla luce del fatto che rafforzano le ideologie e le mitologie della nostra cultura relativamente all'allattamento.
Ha fatto recentemente discutere uno studio norvegese che ha notato come nelle donne che in gravidanza avevano un tasso elevato di ormoni maschili era più frequente il fallimento poi dell'allattamento; questo studio trae conclusioni funamboliche da questo dato, concludendo che a questo punto il deficit di salute che migliaia di ricerche hanno riscontrato, correlato allo scarso allattamento al seno, potrebbe invece dipendere direttamente da questi ormoni maschili durante la gestazione del bambino. Ecco un perfetto esempio di cattiva ricerca e di cattiva informazione, in quanto solo queste assurde conclusioni sono state poi divulgate dai mezzi di comunicazione di massa.
Ha fatto anche di recente parlare molto di sé un libro della Badinter (filosofa francese) che attacca pesantemente coloro che sostengono l'allattamento al seno, i quali vengono tacciati di fanatismo, integralismo, di voler far sentire in colpa le donne che non riescono ad allattare, di voler stigmatizzare e giudicare le donne che scelgono in modo diverso per se stesse e i loro figli.

Non molto tempo fa affermazioni simili hanno suscitato un accesissimo dibattito sulla rivista "Gioia"; e pochi giorni fa sul quotidiano "La Repubblica" (un articolo cartaceo e un altro on line) una giornalista ha riportato analoghe affermazioni, accompagnate da un "ridimensionamento" dei benefici dell'allattamento, che avrebbe rilasciato un esponente della classe medica durante un'intervista a un importante convegno. In questo articolo on line, intitolato "Allattare al seno, fine di un mito" si esorta a "non esagerare con i vantaggi per la salute dei piccoli”, cercando di far passare le raccomandazioni più che trentennali di organismi autorevoli come l'OMS come suggerimenti buoni per le madri del terzo mondo; definendo la promozione dell'allattamento "ottuso integralismo, che crea non pochi problemi alle donne che hanno difficoltà ad allattare", e riducendo l'allattamento materno, una funzione fisiologica che esiste da milioni di anni, a una moda nata meno di vent'anni fa, ed equiparabile ad altre "manie" del naturale a tutti i costi (si citano come esempio l'interesse per l'agricoltura biologica o i pannolini lavabili, altre cose per le quali evidentemente l'autrice non ha molta simpatia). Analoghi contenuti sull'articolo cartaceo, nel quale si calca la mano sull'atteggiamento estremista e giudicante che avrebbero gli operatori che promuovono la scelta di salute dell'allattamento materno. Nel mondo alla rovescia descritto in questo articolo, chi suggerisce scelte salutari “forza le donne ad allattare”, anche quando sono in difficoltà palese, con toni intimidatori e critici, arrivando a mettere addirittura a rischio la salute del bambino pur di proibire il latte artificiale; e le mamme disperate, senza latte, provate da tanto accanimento, chiedono aiuto... e pediatri solleciti rispondono rassicurandole. L'articolo chiude lapidariamente con: “Non è raro che il giudizio severo, l'insensibilità, conduca fino a uno stato di depressione. Con risultati ben più rischiosi, per un bambino, di un biberon di latte artificiale".

Ma riflettiamo su titolo di questo articolo, dove dice “fine di un mito”. Ora, secondo il vocabolario, MITO = Credenza sostenuta dalla convinzione popolare ma non fondata su fatti oggettivi.

Secondo questa definizione, dunque, il mito non è certo quello dei benefici dell’allattamento, suffragati dalla mole di migliaia (sì, migliaia) di studi, bensì quello che allattare dipenda da doti personali o dalla forza di volontà della donna (invece che da informazioni corrette e sostegno). È questo mito, e non certo la sacrosanta promozione dell’allattamento, a far sentire in colpa le donne (paradossalmente, proprio quelle che avrebbero voluto allattare!), e a permettere a chi non ha saputo sostenerle e aiutarle di continuare a ignorare le proprie responsabilità.

Aggiornarsi sull'allattamento e sostenere e assistere una mamma in difficoltà non è facile, anzi è impegnativo e richiede tempo e competenze tecniche e umane considerevoli. È più facile mandare a casa la mamma con la prescrizione del latte artificiale, dicendole che il suo latte non c'è più o che il suo bambino non è capace a succhiare, o magari che non si è impegnata abbastanza. E quando la mamma torna a casa sentendosi incapace, inadeguata e in qualche modo responsabile della perdita, in termini di salute, causata dall'abbandono dell'allattamento, è più facile cercare di "consolarla" dicendo che tanto l'artificiale va bene lo stesso (e anche questo è un mito), e accusare del suo senso di colpa coloro che si battono per diffondere informazioni corrette e utili per sostenere quelle mamme che hanno scelto di allattare.
È più “facile” avere a che fare con una mamma delusa e rassegnata, ma magari grata per il "sostegno morale" ricevuto, che con una donna furibonda per non aver ricevuto al momento giusto le informazioni cruciali per poter mantenere nel tempo il suo allattamento, da parte di chi magari ha interferito, con consigli inadeguati, su un allattamento che andava benissimo (ad esempio raccomandando di limitare la durata o il numero delle poppate, o di integrare le quantità), oppure non è stato in grado di correggere una posizione scorretta di allattamento, o di offrire a una donna con ingorgo una soluzione efficace, invece delle pillole per mandar via il latte.
Non si tratta di decidere chi deve o meno sentirsi in colpa, non siamo in tribunale, però è necessario che ciascuno si assuma le responsabilità che gli competono: solo così, laddove a livello individuale o di sistema si individua una carenza, si potrà porvi rimedio.

Questo genere di campagne falsamente a difesa delle donne, in realtà a tutela di uno status quo, sono oltretutto ingiuste ed offensive nei confronti di tutti quegli operatori sanitari, medici, ostetriche, puericultrici, consulenti in allattamento, formatori e ricercatori, che hanno speso decenni ad aggiornarsi e a diffondere informazioni corrette, facendo soltanto il loro dovere e cioè mettendo in mano alla donna le informazioni più complete a tutela della sua salute e di quella di suo figlio, in modo da permetterle di fare la scelta più informata e adeguata per lei, e sostenendola poi in questa scelta con informazioni pratiche e aiuto competente nella risoluzione dei problemi.
Chi offre informazioni e sostegno con competenza non si sognerà mai di ordinare alle donne di allattare o meno, né di giudicare quelle che scelgono di non farlo, né tanto meno quelle che non sono riuscite a farlo: l'integralismo non può nascere dalla conoscenza, ma solo dall'ignoranza. Offrire informazioni obiettive e consolidate sui benefici dell'allattamento e su come attuarlo con successo è un modo per restituire alle donne il proprio potere, la gestione del loro corpo, le loro scelte, e di rispettare i bisogni fisici, esistenziali ed emotivi dei bambini e delle madri nel modo migliore, compresi i bisogni di coloro che, soppesati tutti gli elementi, hanno consapevolmente scelto di non allattare.
Fonte: Antonella Sagone
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